Claudio Bazzocchi è un amico, ma è soprattutto una bella mente. Il suo ultimo libro (La comunità imperfetta, Napoli, 2017) gira attorno al tema dell’imperfezione applicato alla politica, e affronta in tale contesto la questione dei limiti dell’umano, ruotando attorno al ‘tragico’ rapporto che si stabilisce sempre tra finito e infinito, nonché alla necessità di ‘salvare’ il rapporto complesso e delicato che, nelle nostre democrazie, si stabilisce tra Uno e molteplice, ‘misura’ e libertà. Non sto qui a ripetere passo passo e punto per punto la ricchezza argomentativa del testo, il suo evolversi quasi a spirale, come in un circolo ermeneutico, per cui il tema è ripreso ogni volta a un grado di più profonda articolazione e consapevolezza. Vengo perciò al dunque, non prima di avervi invitato a leggere il libro per coglierne tutta la vasta trama argomentativa.

Claudio parla sempre di ‘tensione’, una specie di cifra concettuale. Utilizza il termine ‘dialettica’ per indicare questo rapporto irto e sospeso tra i due termini (finito e infinito, libertà e misura, Uno e molteplice). In questo senso, in questa tensione appunto che non si scioglie ma si ripropone incessante, è possibile cogliere il lato ‘tragico’, fatale del conflitto, la sua concreta insuperabilità. Il suo essere. Ma se è così, che tipo di dialettica è quella proposta? Senza risoluzione, senza sintesi, senza salvezza e senza ‘progresso’, che dialettica è? Che mediazione è quella che “non si compie mai una volta per tutte” (p. 27)? E come può coesistere questa dialettica con una coeva e potente affermazione di tragicità, se non ammettendo una contraddizione, quella appunto tra pensiero dialettico (progresso) e pensiero tragico e della crisi (se per crisi si intende ciò che separa, ciò che non sintetizza, né unifica)? D’altronde di “potenzialità della crisi” parla De Giovanni citato dallo stesso Bazzocchi a p. 57. Questa contraddizione solca l’intero testo, lo caratterizza trasversalmente, ne è il volano. Accennare alla possibile liberazione (dialettica) e poi rivendicare la tensione tragica, quasi anti-dialettica (crisi) mi pare la testimonianza concettuale più forte di questo libro.

La tensione tra Uno e molteplice, detta così, non si risolve affatto né potrebbe. Anzi, la “salvezza” di questo delicato rapporto non è in un avanzamento effettivo, in una sintesi superiore, in un “superamento”, ma nel suo mantenersi tale, nel restare se stesso, nello stare-nella-tensione. Al più i due termini possono (anzi debbono) “compenetrarsi”, come si afferma a pag. 53. Ma mai disciogliersi l’uno nell’altro (o uno dall’altro): né l’Uno può prevalere sul molteplice, né viceversa. Potremmo anche dire: nessuna ‘autonomia’ è consentita, né della politica, né del sociale, ma solo una tensione infinita e insuperabile (compenetrante) tra i due termini, al fine di consentire al pensiero di fondare una democrazia ‘misurata’ ed equilibrata. Ora, posto ciò, è legittimo osservare che se la tensione non si scioglie e se la compenetrazione non diventa superamento, ma resta tensione, vuol dire che nemmeno l’Uno cesserà mai di svolgere il proprio compito ‘amalgamante’. Senza di esso la dispersione prevarrebbe e così una libertà ai limiti della tracotanza. Il sospetto, dunque, è che l’Uno sia conseguentemente e logicamente il primo dei due termini, che esso divenga e accolga il molteplice compenetrandolo, e che sia la sua ‘scissione’ ad “aprire” alla democrazia. E che questo sia l’unico “sviluppo” dialettico ammesso. Bazzocchi parla di una ‘arbitrarietà iniziale’, io direi di una ‘posizione’ antecedente dell’Uno, storica e logica assieme. Di una “necessità” dell’Uno, ancor prima della posizione di un molteplice, e quindi di una “necessità” della sua scissione, che tuttavia non divenga mai evaporazione dello stesso, anzi. Resta sempre viva, difatti, una “tensione all’unità” (pag. 86) che testimonia la potenza dell’Uno in atto, la sua necessità primordiale, la sua posizione antecedente,il suo essere misura, cerchio, confine, recinto contro un’espansione della tracotanza. Insomma, da nessun molteplice sorge un Uno, ma dall’Uno può (deve!) nascere una tensione col molteplice. L’Uno è prima, non dopo. È ‘gettatezza’, direbbe Heidegger, condizione insuperabile, costitutiva, di un essere-stato che agisce e continua ad agire nella tensione viva del presente per un avvenire che non venga dopo, ma si manifesti già nell’attimo.

Per concludere, i temi affrontati dal libro di Claudio sono vasti e profondi, ma uno mi interessa in special modo, apparentemente di dettaglio. Stato d’eccezione e stato normale. C’è un paragrafo su Hermann Heller dove si accenna allo ‘stato di normalità’, in palese opposizione allo ‘stato d’eccezione’ proposto invece da Carl Schmitt. Si dice che la decisione sovrana conduce (anzi deve condurre) a un ordine costituzionale, non alla sopraffazione o all’arbitrio. Non entro nel merito del tema, ma ne evidenzio solo un dettaglio. Scrive il grande giurista tedesco: “Sovrano è chi decide sullo stato di eccezione”. Dice ‘sullo’, non ‘nello’. Non dice che c’era prima uno stato d’eccezione, e poi che in quel disordine si è introdotto un potere che ha imposto una “misura”, un ordine, una nuova costituzione. No, dice che il potere della decisione sovrana è ‘sullo’, ed è quello di “creare” l’eccezione, di esorbitare la norma, di aprire sempre una nuova fase, di ‘misurare’ la norma ma forzandola, trascinandola avanti. Insomma, nella formula schmittiana si intravede una improvvida dialettica, o meglio una tensione forte tra potere e norma, e non una situazione di caos entro la quale possa imporsi un nuovo potere sovrano “decidente” per un ordine nuovo. Quindi, se il potere ha questa virtù sovrana di eccedere, di andare oltre (sempre Heidegger scrive che l’esistenza – io direi anche quella politica – è “estatica”, nel senso di andare fuori di sé e di proiettarsi verso un nuovo orizzonte), forse la ‘decisione’ più che sospingere verso la normalità sospinge proprio all’opposto, verso una crisi molecolare, quotidiana oppure ‘grandiosa’ ma feconda di sviluppi. Dico questo, proprio perché anche Bazzocchi insiste a dire “nello stato di eccezione” (pag. 75). Certo, può darsi pure che il mio sia un eccesso di zelo filologico, ma forse valeva la pena soffermarsi su questi aspetti apparentemente marginali, filologici. Il diavolo, come si dice, si nasconde proprio nei dettagli.

Detto ciò, perché vi dico di leggere il libro di Claudio? Perché è straricco di pensiero, è stracolmo di passione politica e culturale, e perché è rigonfio di argomentazioni e concetti che meritano nuove riletture, come ho fatto io. Non è facile oggi, in tempi tecnici, cinici, ‘professionali’, sentire palpitare i concetti come accade in questo libro. A me ha dato l’impressione di vita che scorre, e mai di pensieri cristallizzati in qualche specie di accademia.

 

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