La ‘rottamazione’ è solo l’estremizzazione di un concetto, per il quale contano più gli uomini delle loro idee. O meglio si combattono le idee combattendo gli uomini. Così che la lotta politica è lotta tra ‘corpi’ che puntano a eliminarsi l’un l’altro, piuttosto che a confrontare le proprie idee, a mediare le proprie opinioni, a trasformare un ring mediatico, ma anche reale, in una sala dibattito. E siccome sono i corpi a emergere, non più un uomo o un esserci-nel-mondo, ma corpi presi a sé, nella loro organicità e carnalità, nel loro essere nuda vita, siccome sono i corpi ad assumere il proscenio, non servono più gli storici, né i filosofi o i sociologi, ma diventano protagonisti i medici, i biologi, i genetisti. Anche il dibattito politico è deviato verso temi come il fine vita, la cura, l’eutanasia. E poi la bioetica, e i diritti civili ormai ‘curvati’ soprattutto sulle materie della vita e della morte.

È in questo clima che i ‘vecchi’ diventano un sovrappiù, un ingombro. Anche perché la loro vita, e l’aspettativa sempre più breve che la caratterizza, perde di valore. Quei ‘corpi’ vecchi devono essere accantonati, non esprimono più saggezza, né lungimiranza. Vanno rottamati (versione di destra) o debbono andare in pensione perché bolliti (versione di sinistra), incapaci di capire i tempi nuovi, di cogliere l’attimo, di esprimere brillantezza politica, di essere in ‘sintonia’. E siccome il ‘corpo’ non è mediazione, ma è organicità, è vita o è morte, con l’ostracismo verso i vecchi cade sempre più la possibilità di stringere la rete delle opinioni e delle posizioni espresse in un dibattito, in una prossimità, in uno scontro anche duro ma finalizzato. Col prevalere delle ragioni del corpo, cadono le ragioni del dibattito e della possibilità di un percorso comune tra diversi. Prevale il senso della identità, ma non politica, né culturale: identità delle proprie ragioni corporee, del proprio qui e ora, della fase, dell’ora o mai più. Le ragioni della tempestività e della velocità.

Sappiamo difatti che la mediazione è lenta e faticosa, e che l’invocazione della velocità è la stessa cosa di evocare la propria identità e il proprio essere se stessi, e di contrapporli a quelli altrui, senza mediazione con i diversi, ma solo chiacchiera con i propri simili, dove ognuno rafforza le ragioni identiche di ognuno e basta. Le ragioni del corpo sono le ragioni dell’identico, della sua sopravvivenza, del suo diritto alla vita, e persino del diritto a chiudersi in un recinto, dove preservare la propria purezza incontaminata in eterno, fuori da ragioni storiche, sociali, culturali. Il Sé diventa l’unica ragione politica, il diritto a vivere (a viversi!) si caratterizza come l’unica motivazione concreta, l’incapacità a discernere tra nemico e semplice diverso da sé diviene la tara più grande. È  come una brama, come un desiderio di chiudere il cerchio e fare piazza pulita del fuori. Come se volessimo mettere in salvo i nostri corpi politici in un eterno presente di salvezza. Quando sappiamo che l’eterno presente non esiste e nemmeno, almeno su questa terra, la salvezza. E intanto i vecchi muoiono senza riuscire a insegnare più ad alcuno la politica come mediazione e la comunità come ricchezza della diversità.

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