Scrive Martin Heidegger in ‘Essere e Tempo’ che l’indagine filosofica “dovrà pur dire se il linguaggio ha il modo di essere dell’utilizzabile intramontano o il modo di essere dell’Esserci, o di nessuno dei due”. Ossia, se il linguaggio è solo un dispositivo tecnico esterno o se, invece, esso costituisce l’essere umano sino a determinarne i caratteri dell’esistenza. Se è uno strumento per noi, oppure noi apparteniamo a lui. Oppure nessuna delle due cose. Non è una domanda marginale. Se pensate a quanto peso abbiano il linguaggio, la comunicazione, l’espressione nel mondo contemporaneo, stabilire se abbiamo a che fare soltanto con uno strumento e non invece con una condizione esistenziale alla quale apparteniamo, non è di poco conto. La ‘foresta di simboli’ che ci circonda, che peso ha nelle nostre vite, quanto dipendiamo da essa? Pensate a quanto incida la ‘comunicazione’ nella politica, quanto spesso quest’ultima sia ridotta ad ancella della prima e dipenda da essa perdendo ogni autonomia. Già solo questo dovrebbe spingerci a tentare di rispondere alla questione heideggeriana.

Per Heidegger il linguaggio è tutto meno che un dispositivo. Al contrario, è parte essenziale dell’esistenza umana. “L’Esserci ha il linguaggio” dice, ed Esserci significa essere-nel-mondo, essere già sempre gettato in questo groviglio di rimandi, enti utilizzabili, rinvii continui e relazioni con le cose e con gli altri. Il linguaggio, e ancor prima il discorso, è una componente essenziale di questo mondo così ‘articolato’. È un esistenziale, diremmo nel linguaggio di ‘Essere e tempo’, non un mero strumento applicativo, estraneo all’uomo, che viene dopo, magari pensando che sia possibile anche non farvi riferimento. Nonostante moltissimi studiosi in questi decenni abbiano tentato di mostrarci discorso e linguaggio come meri dispositivi  formali, logico-matematici, ‘semplicemente presenti’ in termini heideggeriani, oggi riteniamo che la pervasività del linguaggio stesso, il ‘peso’ che ha nella nostra vita sociale, il modo in cui condiziona la nostra esistenza, ci spinge a ritenere che non si tratti di un fattore esterno, ma costitutivo, già-sempre parte della nostra esistenza (storica, sociale, culturale). E che anzi l’esistenza sia una continua proiezione linguistica, davvero in senso ontologico. E che, se potessimo cancellare il discorso dalle nostre vite, di queste ultime poco ne rimarrebbe.

La politica è un campo di analisi davvero speciale al riguardo. E sembra indicare più di altri come la comunicazione si presenti in termini assolutamente pervasivi, al punto da mutare ‘geneticamente’ (essenzialmente) la natura della politica stessa, trasformandola di fatto in mera comunicazione-politica. Conclusione così ovvia e conseguente che, però, lascia perplessi. Le cose, in realtà, sono più complesse. Se la politica sembra morire e perdere autonomia dinanzi alle ragioni ‘tecniche’ della comunicazione, ciò non avviene perché il linguaggio è assunto pervasivamente, ontologicamente, e perché ‘occupa’ la politica così come occupa ogni cosa, penetrando nella sua essenza e nelle sue forme – ma perché, al contrario, chi fa politica lo ritiene soltanto un mero strumento, un dispositivo, una tecnica finalizzata alla ‘vittoria’. Insomma, la comunicazione-politica non nasce perché il linguaggio si mangia, in termini ontologici ed essenziali, la politica, ma perché esso viene ridotto a ‘semplice presenza’, ossia a inerte strumentazione esterna rispetto all’esistenza, all’Esserci politico. Se fosse il contrario, se la comunicazione non fosse ritenuta una ‘tecnica’ astratta, ma un elemento vivo dell’esistenza politica, che poi è tema ontologico dell’Esserci, ossia un essere-nel-mondo allo scopo di trasformarlo – se la comunicazione non fosse una cosa da guru, da tecnici, ma fosse considerata parte coesa, essenziale, culturalmente coerente al fare politico, in questo senso, sì, pervasiva, ma già-da-sempre, molto probabilmente oggi la politica sarebbe persino migliore di quel che è. Tant’è che forse la sua ‘caduta’ è legata proprio all’assalto tecnico (mediale, tecnologico, strumentale) operato dalla comunicazione nei suoi confronti.

Che vuol dire, infine, ‘pensare la comunicazione come parte coerente del fare politico’? Vuol dire concepirla come ‘cultura’, come elemento organico, come sistema vettoriale di valori, e non escamotage tecnico, esterno, e dunque neutrale, buono per tutte le stagioni e tutti gli schieramenti in egual modo e senza varianti. E invece, se il linguaggio fosse considerato nella sua conformazione culturale e storica, se non degradasse a marchingegno utile solo per garantire chance di ‘vittoria’, se non fosse ‘svuotato’ e se cessasse di essere ridotto a mero dispositivo, io credo che il binomio politica-cultura ne risulterebbe rinvigorito. Potremmo parlare ancora di cultura politica e non, come oggi, di tecnica comunicativa. Heidegger aveva ragione a insistere sul carattere ontologico, essenziale del linguaggio, e sul discorso come ‘esistenziale’: io direi anche sulla valenza culturale, ‘mondana’ della comunicazione, e non sui tecnicismi formali (sul “modo di essere dell’utilizzabile”) riferito al linguaggio. E dunque sulla sua capacità di mediare, far emergere elementi impersonali (il ‘Si’), e sulla sua spinta a ‘socializzare’ potremmo dire, non a costruire corazze isolanti tra i ‘tecnici’ e i ‘cittadini’, che ne subiscono solo gli effetti di propaganda. Ricerca di ‘mediazione’ che è poi l’anima della politica, mentre invece l’ ‘armatura’ tecnica del linguaggio punta a ‘isolare’, non a mediare, ed è infatti questa l’arma che impugnano gli uomini soli al comando, i leader contemporanei, nella loro ‘povertà’ culturale. L’idea del linguaggio come tecnica è ciò che ha ricacciato indietro l’idea della cultura politica come anima e ‘senso’ della politica stessa e dei partiti che, non a caso, con l’avvento dei tecnicismi comunicativi, sono destinati al tramonto, sostituiti dalle agenzie, dalle rete e dai media. Alla base di tutto, ancora una volta, c’è il lavorio ossessivo della tecnica teso a rendere ‘semplicemente presenti’, e dunque cose inerti, degli esistenziali come il discorso, impoverendo di cultura l’umano, rendendolo solo terra di conquista per i ‘costruttori’ del consenso. Una grande trasformazione, se verrà intrapresa, non potrà non ripartire anche da qui.

Annunci