Buongiorno Corriere della Sera, buongiorno Galli Della Loggia, verrebbe da dire. Hanno scoperto oggi che in assenza dei partiti e di finanziamento pubblico la ricchezza spadroneggia. Il caso Macron parla da solo e a sufficienza, ma anche in Italia non siamo da meno, anzi. Pare che il neo Presidente francese abbia raccolto in un anno 15 milioni di euro, per il 98,3% frutto di versamenti inferiori ai 5.000 euro, ma per l’1,7% superiori a tale limite: talché questo 1,7 da solo pare abbia portato nelle casse macroniane il 45% del totale incassato, circa 7 milioni di euro! Ma il tema non è quello dei versamenti di singoli nababbi – il tema, come dice Galli Della Loggia, è la “ricchezza istituzionalizzata delle banche e dei grandi interessi finanziari in genere”, ossia di chi è in grado (e magari progetta) di gettare un’OPA sull’intera azione politica espressa da chi si è valso di quel sostegno economico.

C’è di più. È intuitivo che, in tale fattispecie, sia la stessa democrazia a subire colpi fatali e destabilizzanti. E non tanto perché il potente finanziatore istituzionale possa tentare di scavalcare il consenso espresso dai cittadini, spingendo il proprio candidato su binari antidemocratici; ma perché se il peso della ricchezza diventa enorme, se è la ricchezza a decidere e a porre le proprie urgenze, si rompe un equilibrio delicatissimo, come scrive Galli Della Loggia, tutto democratico, tra la ricchezza stessa e la politica. La politica democratica, difatti, è popolare, è legittimata da tutti gli elettori, che sono in massima parte non-ricchi. La politica democratica, inoltre, i soldi per costruire ospedali e scuole li prende da chi ce l’ha, dai più ricchi appunto. Se tutto questo cessasse (con tagli delle tasse pantagruelici, cancellazione della sicurezza sociale, fine del welfare, discredito dell’azione pubblica, verticalizzazione del potere, cancellazione della mobilità sociale, degrado della formazione pubblica per riduzione progressiva delle risorse) e se tutto ciò avvenisse, la democrazia si mostrerebbe palesemente incapace di contenere il dilagare degli interessi dei più ricchi. Il risentimento popolare si riverserebbe non verso i potenti (che secondo il senso comune, si limitano appunto a fare i loro interessi), ma verso la democrazia (e prima ancora verso i partiti, e poi verso le istituzioni), perché impotente e incapace di affermare le propria prerogativa di regime ‘popolare’.

Il paradosso, se vogliamo, è vedere il popolo che si schiera contro le proprie istituzioni democratiche, a fianco dei ricchi che le stanno ‘disfacendo’ mediante l’opera di una soldataglia di neopolitici departitizzati. Una condizione che non è futuribile, ma attuale. Citavo la Francia, ma potrei dire il trumpismo. In Italia non siamo molto lontani da questo esito: i partiti sono morti come partiti per risorgere come organizzazioni aziendali, personali, contenitori o comitati elettorali. Il finanziamento pubblico è defunto a sua volta. Il parlamento è dipinto come aula sorda e grigia occupata da lestofanti. Il finanziamento privato imperversa, e non sappiamo se sia della categoria uno (cittadini con piccoli versamenti), due (singoli versamenti da parte di ricchissimi) o tre (versamenti enormi di ricchezza istituzionalizzata, come banche, imprese, fondi speculativi oppure addirittura criminalità). La situazione è così allarmante che persino la Le Pen e Salvini sembrano Biancaneve e il Gatto con gli stivali. Forse è il caso che la sinistra, oltreché dividersi sulla base di astratti principi e diverse ermeneutiche della fase, affronti il tema di una unificazione solida, su basi politiche, avversando questo fronte che avanza e che ci vede sparsi, ma così sparsi da far sorridere sarcasticamente i nostri ricchi avversari e i loro funzionari in camicia bianca.

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