“I dieci manager più ricchi degli States si sono messi in tasca nel 2016 1,14 miliardi, qualcosa come 12mila euro l’ora (calcolando anche quelle notturne e i festivi). Come dire che in due ore guadagnano più del reddito medio di un anno – 20.660 euro nel 2015 per il Mef – di un lavoratore dipendente in Italia”. Traggo la notizia da Repubblica.it, e dico subito che si tratta di un fatto immorale, prima ancora di trattarsi di un dato economico-sociale. Si parla di etica, insomma, non solo di economia. Il ritorno di liberismo, lo smantellamento progressivo dei meccanismi redistributivi e delle forme di protezione sta dividendo la società in due, sgretolando il ceto medio. Con un effetto totalmente asimmetrico: una massa sempre più ampia che occupa le basse posizioni della gerarchia sociale, di contro a  un punta affilatissima della piramide, sempre più esclusiva, che veleggia in alto ‘3 metri sopra il cielo’. Eppure il potente di turno o quello che aspira a diventarlo continuano a blaterare di taglio delle tasse, che è invece il primo dei meccanismi redistributivi, il più efficace, quello grazie al quale finanziare i beni e i servizi collettivi. In assenza dei quali è la fine dello stesso essere sociale, della stessa idea di comunità.

Leggo sulle tesi politico-programmatiche messe a punto anche in vista di ‘Fondamenta’ (la conferenza programmatica di Articolo 1), scritte a cura di Vincenzo Visco, che «l’1% più ricco della popolazione mondiale possiede la ricchezza del resto dell’umanità», che «il rapporto tra compensi  dei dirigenti e salario medio nelle aziende è passato da 30 a 1 negli anni 70/80, a 350/400 a 1 di oggi». «Negli ultimi 30 anni – continua il documento – sono cambiati i rapporti di forza tra capitale e lavoro, con l’indebolimento dei sindacati, la delocalizzazione delle imprese, e la finanziarizzazione dell’economia». Oggi «un’oligarchia manageriale si è imposta nel controllo delle imprese» aumentando in modo stravagante e ingiustificato i propri compensi»: ecco una delle ragioni della disparità, anzi dell’abisso sociale che si è spalancato. La destra risponde alla fase proponendo un’alleanza tra ricchissimi e poveri. In un misto incongruo che stritola quel che resta delle classi medie, e amplifica gli effetti del liberismo invece di attenuarli. Ancora le tesi annotano che «nessuna società democratica può reggere a lungo in una situazione in cui un ristretto gruppo di privilegiati si appropria di una quota sempre maggiore delle risorse, mentre gli altri vedono peggiorare continuamente il tenore di vita e le loro aspettative».

Nero su bianco, la democrazia è in pericolo. Uno, perché è in pericolo la coesione sociale, che è garantita da un collante medio centrale e da un vertice della piramide che deve essere il più vicino possibile alla base. Due, perché svanisce un senso di comunità, pur nella inevitabilità del conflitto sociale. Tre, perché l’alleanza tra ricchissimi e poveri è innaturale, ribalta quasi la logica, rappresenta scenari in cui l’egemonia della classi dominanti verso quelle subalterne appare insormontabile, imbattibile. Eppure oggi sono proprio gli strati più disagiati e subalterni a coltivare valori e aspettative tipicamente neoliberali: l’idolatria per i gadget e per le ‘cose’, l’individualismo, l’estrema competitività, l’odio verso la politica, le istituzioni e contro l’idea stessa di mediazione, il fascino per il lusso, quasi il riconoscimento che la ricchezza premia davvero i più meritevoli, al netto del permanere di un’invidia sociale che è anch’essa segno di una società ridotta a individui in gara tra loro. A 80 anni dalla morte di Gramsci ritorna, dunque, il tema dell’egemonia come tema politico e culturale. Senza però, da parte delle sinistra, il possesso degli strumenti base per combattere questa battaglia: un partito come intellettuale collettivo, una élite intellettuale portatrice di idee e di valori antagonisti, delle istituzioni funzionanti, un dibattito pubblico vivo, una certa coesione sociale e culturale che faccia da binario per idee e tentativi di analisi adeguati alla fase. Già solo questo dimostra come ci vorrà molto tempo per invertire una tendenza così radicata.

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