Certe volte bisognerebbe chiudere i libri di teoria e gli studi più autorevoli per sbirciare la politica contemporanea dal buco della serratura. Andando magari a guardare particolari apparentemente insignificanti ma che in realtà oggi, con questi chiari di luna, non lo sono affatto. Per dire, Stefano Montefiori, su ‘Repubblica’ del 28 aprile, ci racconta molto da vicino lo staff di Macron. Scopriamo così che il suo portavoce, Griveaux, “nell’ottobre scorso ha lasciato l’incarico di responsabile della comunicazione” di un centro commerciale per entrare in ‘En Marche!’. Ci dice che, in generale, i più stretti collaboratori di quest’ultimo sono giovani e hanno ottimi studi alle spalle. Emélien, lo stratega di 29 anni, è il migliore di Parigi secondo il direttore dell’Istituto Montaigne. Con lui Macron stava per fondare una start-up, poi però è divenuto Ministro dell’Economia e la cosa non si è più fatta. Un’altra start-up collabora, comunque, con Macron: è quella elettorale LMP, acronimo dei tre giovanotti all’incirca trentenni che l’hanno fondata, ex allievi di Harvard e Mit. LMP fornisce il sistema ‘Cinquante Plus Un’ (in sostanza ‘51%’) grazie al quale incrociare macro dati e identificare gli elettori in modo tale “da provare a convincere quelli effettivamente conquistabili” e non perdere tempo con gli altri. Senza parlare di Quentin Lafay (27 anni) che gli scrive i discorsi.

Tre considerazioni. La prima. Sono tutti giovani perché così, spiega Montefiori, hanno “una vita non ancora usurata dalla politica di professione”. La politica rovina le menti insomma, impigrisce, abitua a pratiche di mediazione, meglio lasciarla andare. Difatti questi ragazzi non fanno politica, ma fanno comunicazione e la applicano alla politica, che è molto diverso. Immagino che, superata un certa età, li rottamino. Ma solo per il loro bene, per evitare l’usura. La seconda considerazione. Non ce n’è uno che abbia fatto politica per davvero, se escludiamo i think thank o i comitati elettorali. Sono già tutti, ancorché giovani, dei consumati ‘professionisti’ della comunicazione-politica, che secondo me usura ben più della mediazione e della professione politica tout court. Terza considerazione. C’è chi viene dal mondo del marketing commerciale, chi da prestigiosi atenei angloamericani, chi si è formato sui tabulati, piuttosto che nelle strade delle banlieue. La testa è quella, la cultura è quella.

Pensate al nome stesso del sistema di ‘pescaggio’ elettorale di Macron: ‘Cinquante Plus Un’. È chiarissimo, non indica alcuna mediazione, né lavoro politico da fare, né prossimità sociale, tantomeno la fatica del dialogo, o magari la ‘battaglia’ delle idee. No, dice che uno in più basta. Che uno in più ti dà potere, che il 51% è sufficiente a comandare (come nelle aziende, come nei consigli di amministrazione, come nelle assemblee dei soci), che col 51% si scalano i partiti e poi si fa lo ‘spezzatino’: si mollano le parti che non piacciono, le si spinge alla scissione o all’astensione, e si valorizza (e vende) invece il core più ‘spendibile’. Un po’ come il PD renziano, no?

Un’ultima considerazione. Il sistema che combina software, big data e porta a porta, e che si implementa dei dati dei sondaggi e degli eventi anche imprevisti, è indirizzato a individuare soltanto e solamente quei cittadini che possono essere convinti, che sono più affini, presso i quali il marketing potrebbe funzionare. Non tutti, anche per non sprecare risorse. La politica odierna è economia. Così che la segmentazione del ‘popolo’ avviene già da subito, la frammentazione (come nel ‘ramo’ commerciale) è paradigmatica, a priori, e stabilisce i caratteri salienti della comunicazione-politica. C’è il cittadino affine e quello che non lo è, semplice. C’è quello più permeabile alla mia propaganda e quello no. Ma se è così, che fine fa la politica come mediazione, unità di popolo, grande dibattito generale e sociale nello stesso tempo? Perché è questo l’esito più oscuro di queste macchine di marketing politico, gestite da coloro a cui la politica di professione fa sostanzialmente schifo. Quello di trasformare il cittadino, il lavoratore, la figura sociale (l’EsserCi, vorrei dire heideggerianamente) nel mero referente di un algoritmo, nell’oggetto di un calcolo digitale, nel segmento di una platea frammentata di consumatori schierati nel mercato politico.

Questa comunicazione-politica adotta il metodo della ‘segmentazione’ tipica delle ricerche e delle strategie di mercato, è ‘divisiva’ in sé, ne è portatrice malata, ancorché sana. Punta a comandare, imbracciando il proprio 51% e puntandolo contro l’altra metà della società. Sceglie a chi rivolgere i propri imbonimenti e a chi no. Frammenta l’elettorato sin da subito. Vuole un potere anche risicato, e magari aspira a un premio maggioritario per rafforzare questa ‘risicatezza’. Qual è il punto, insomma? Che la comunicazione-politica vuole vincere e basta, vuole il potere e basta, vuole scalare i partiti, le istituzioni, gli Stati, i consessi solo per comandare. Mentre invece la politica è ‘forza’ non ‘vittoria’, è conflitto ma con la mediazione, è rappresentanza ancor prima che mera autorità, è popolo e istituzioni in una dialettica stretta. Qual è l’esito di queste pratiche di marketing politico, quindi? Che si è bravi a raggiungere la vetta, ma si è deboli e inadatti a governare. Bravi nel conquista del consenso ma non nella politica. Buoni a chiacchiere ma non nelle istituzioni. Ed è questa la tragedia più grande, perché collettiva, dell’epoca della Tecnica.

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