Il “Master Card’s Global Destination Cities Index”, mesi or sono, raccontò che tra le venti città più ‘visitate’ al mondo Roma era solo 16a, dietro persino a Milano (14a ). Il Corriere.it, che riportava in bella mostra la notizia, così commentava il dato: “I recenti scandali politici e le polemiche sul decoro urbano non fanno bene a Roma. La Città Eterna nel 2016 ospiterà ‘solo’ 7,1 milioni di turisti”. Ecco fatto. Al Colosseo e nell’area archeologica centrale di Roma staccano 6,6 milioni di biglietti (secondo monumento al mondo come visitatori!), ma in città ne verrebbero solo 7,1 : praticamente i turisti li paracaduterebbero direttamente sul Colosseo. Poi scopri che il dato è discutibile, nel senso che il “Global Destination Cities Index” misura come ‘presenza’ anche una sola notte di permanenza (così come è ‘lettore’ uno che legge solo un libro all’anno, oppure è ‘occupato’ uno che lavora anche un’ora soltanto al mese). In realtà, la ‘ricettività’ effettiva (dove Roma è prima con 25 milioni di presenze contro gli 11 di Milano, dati Istat 2015) è tutt’altra cosa. Tant’è vero che l’ENIT fa una classifica Top 10 delle destinazioni del turismo internazionale e indica come prima la Francia e quinta l’Italia, mentre il ‘Global Destination’ aveva messo in cima alla sua classifica Bangkok, che qui non compare nemmeno.

Qual è il punto? È che si scambia il ‘turismo’ con la mera propensione a viaggiare tipica di questa epoca globalizzata. Il movimento degli uomini, spesso mordi e fuggi, oppure determinato dal disbrigo di affari, low cost e ridotto nella durata, non è di per sé ‘turistico’. Per dire, il fenomeno Expo a Milano ha drenato molte ‘presenze’ (quante mordi e fuggi?), ma si è trattato anche di un fenomeno estemporaneo, irripetibile nel tempo. L’altra tendenza odierna è quella di ‘dopare’ i dati, ribaltandoli. Se ‘dormire’ una sola notte in albergo fa turismo, stiamo freschi. E se l’occupazione è tale anche per una sola ora al mese – ed è lettore chi legge appena un libro all’anno, allora c’è qualcosa che non va. Per un verso, vuol dire che ci sono molti meno veri lettori, così come ci sono anche molti meno occupati di quanti non ne raccontino le statistiche a uso governativo. Per l’altro, in questa canea di numeri, oggi si può davvero dire tutto e il contrario di tutto. Non è solo questione di calcoli, di algoritmi, di ‘operazioni’ taroccate. Anche il numero nudo e crudo è diventato ‘narrativo’ di per sé: per ‘narrare’ che Milano è prima, e per dire che Roma fa schifo, basta solo rivoltare le tabelle oppure non spiegarne i parametri prescelti: non dire, appunto, che anche una sola notte in albergo farebbe ‘turismo’. Rinsecchendo al massimo il concetto di ‘ricettività’. In fondo, la post-verità è soltanto una specie di ‘narrazione’ estrema, radicale. E non si salva nulla e nessuno da questo putiferio di fandonie che circolano anche prodotte da fonti autorevoli. Abbiamo sdoganato, in pratica, tutti gli azzeccagarbugli del pianeta, assegnando loro un credito che una volta se lo sognavano.

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