Premetto che sono favorevole alle vaccinazioni, che le mie figlie sono state vaccinate, in taluni casi ancor prima che quel tale vaccino divenisse obbligatorio per legge. Lo dico per evitare rimproveri, equivoci o fraintendimenti perniciosi. Dopo di che mi chiedo se nel dibattito sui vaccini qualcosa non funzioni. Mi chiedo se il rischio di certi ‘scientisti’ non sia quello di ributtarci in forme di oscurantismo alla rovescio, peggiori del male che vorrebbero curare. Nella battaglia (giusta, se civile) contro chi ritiene i vaccini il male del secolo, ho come l’impressione che i toni stiano diventando quasi incivili, che si stia iniziando a combattere non lo specifico contenuto dell’opinione (come dovrebbe essere in un regime democratico-liberale), sollevando alla bisogna argomentazioni il più possibile efficaci, ma l’opinione stessa. Che il punto sia diventato: ‘ritengo quell’opinione sbagliata, perciò non deve essere espressa’. Non è solo chiacchiericcio mediatico, non è solo sciocca strumentalizzazione politica (del PD, in queste ore, contro ‘Articolo 1’, a seguito del caso dell’on.le Zaccagnini e del suo convegno sui vaccini alla Camera dei Deputati), è di più. Dietro la battaglia pro-vaccini (condivisibile e giusta se civile, ripeto) c’è una questione di fondo, che riguarda la nostra società e il nostro mondo, ed è la questione della tecnica.

Della tecnica che sostituisce le ‘certezze’ al libero gioco delle opinioni, e che scaccia via dalla scena la politica intesa come ‘mediazione’, confronto aperto, ricerca delle soluzioni, conflitto democratico. Questo è. I vaccini sono intesi come dispositivi ‘tecnici’ sui quali (e dei quali) non si deve discutere, sui quali non si possono esprimere opinioni né è permesso dubitare. Come se le comunità scientifiche non fossero animate da un dibattito interno, come se la scienza non fosse soggetta ai paradigmi vincenti oppure traversata da faglie e linee di potere, come se fossimo ancora in pieno neopositivismo. Come se la tecnica, in quando ideologia dominante, non fosse lei stessa a dettare oggi le regole del gioco, illudendoci di decidere quando le decisioni sono prese altrove, di solito in stanzette chiuse e riservate a ristrettissime oligarchie. Il rischio vero è la soluzione ‘unica’, quella migliore, quella tecnicamente più efficace. Il rischio vero è che si ritenga l’opinione uno zero rispetto all’episteme, alla scienza, alle tecnologie. Il rischio vero è che anche al pensiero, al confronto, al gioco delle opinioni si applichi il maggioritario: chi vince instaura una sorta di pensiero unico, chi vince ha diritto di vita e di morte sulle idee di chi perde, chi vince impone la propria soluzione e annulla le altre (anche se la sua fosse, per paradosso, la meno efficace). Quindi, facciamola la battaglia sociale e culturale pro-vaccini, perché serve, perché si tratta di preservare la salute pubblica, ma senza attivare un clima da caccia alle streghe, e quindi senza oscurantismi, senza ‘scientismi’ d’antan, senza ritenere che la soluzione sia una sola e le altre una merdaccia, come direbbe Fantozzi. La tecnica è una brutta bestia perché pretende di decidere per noi. E per tecnica intendo comunicazione, finanza, tecnologie, rete. Ci siamo capiti, spero.

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