“L’ente può essere un chi (esistenza) o un che cosa (semplice-presenza nel significato più lato)”. Lo scrive Martin Heidegger in Essere e tempo, che traccia così una demarcazione netta tra chi esiste, da una parte, e ciò che semplicemente è presente dall’altra. Solo chi esiste stabilisce un rapporto speciale con l’essere e si pone la questione del senso dell’essere, dell’orizzonte del suo esistere. Banalmente, siamo naturalmente portati a ritenere l’uomo un Esserci, ossia un ente che esiste ed “esprime l’Essere” (sempre Heidegger), e non un semplice che cosa, come accade invece per la casa, il pane o un albero. Esistere vuol dire proiettarsi fuori dalla semplice dimensione di cosa e attivarsi alla ricerca di un senso, di un orizzonte, di una dimensione di vita più ampia della semplice appartenenza al mondo delle cose semplicemente presenti.

Ma è così? O meglio: è ancora così? Oppure la nostra condizione sempre più aderente alle cose, il nostro dipendere sempre più da esse, e il prodursi di strumenti tecnici sempre più potenti, ci spinge a perdere di vista quel senso, quell’orizzonte, sgonfiando la nostra spinta esistenziale e la nostra pressante domanda sull’Essere? Domanda legittima, dovuta, se pensiamo che l’Essere ha una storia, è temporalità, è progressivo oblio di senso, come lo stesso Heidegger ha già spiegato in abbondanza. Un tragitto che spinge l’Esserci a volgersi alle cose, piuttosto che all’orizzonte di senso; a schiacciarsi sugli strumenti tecnici, tributando alla Tecnica un omaggio sempre meno ‘essenziale’. Il rischio è che l’Esserci, l’uomo nella sua esistenza, scivoli pian piano verso il che cosa, e il suo orizzonte sia occluso da una catasta sempre più alta di cose.

Viene a mente l’orto montaliano, e le mura alte con i cocci di bottiglia piantati in cima, che circondano la nostra esistenza e la rinchiudono in una prospettiva angusta. Le cataste di cose, le mura alte occludono l’orizzonte, lo rendono asfittico, e alla fine trasformano il ‘chi’ in ‘che cosa’, in semplice presenza, come una casa, il pane, un albero. L’Esserci ‘murato’ nell’orto chiuso perde il senso dell’Essere, dimentica la prospettiva, abbassa gli occhi sugli strumenti e sui gadget, si avvince a essi, ‘bloccando’ l’impulso esistenziale, la ricerca di senso. La storia dell’Essere rischia di chiudersi nel cimitero dell’esistenza che è al tempo stesso il paradiso delle cose. Ripristinare l’esistenza, e con essa una prospettiva, un rinnovato senso dell’Essere, oggi è obbligo. Se anche il proprio oblio fosse destino dell’Essere, e quindi dell’Esserci che lo esprime, d’altra parte rassegnarsi a un destino non è obbligo. La politica, forse, potrebbe ripristinare una visione, una prospettiva, un senso. Una politica che abbia un passo lungo, una visione strategica. Ma con la l’attuale classe dirigente c’è poco da sperare.

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