Nella primavera del 1358 Petrarca scrive a Francesco Mandelli un’elegante epistola in latino, nella quale rifiuta l’invito dell’amico a recarsi in Terrasanta. Il motivo è semplice: il poeta ha paura del mare. Ciò nonostante, a ogni buon fine, descrive a Mandelli la rotta che dovrà intraprendere. Nel far questo l’autore del Canzoniere elenca una serie di località, porti, città, litorali, fiumi, luoghi intitolati alla mitologia che l’amico avrebbe incontrato lungo il percorso. Un modo per evidenziare la ricchezza del viaggio, con questa precisazione: strano che quei posti  – dice Petrarca – siano stati “trascurati dagli storici e soprattutto dai poeti”. Non per incuria, ma proprio perché “la ricchezza di quei luoghi non è stata esplorata né conosciuta”. Egli stesso scriveva senza averne esperienza diretta, né averli esplorati. Era un portolano senza navigazione, un portolano ‘nell’anima’, e non era raro che molti poeti scrivessero tenendosi lontani dalle onde, “evitando di esporsi ai venti, temendo il mare Mediterraneo” (annota Predrag Matvejević).

Ho ripreso questo aneddoto da Breviario mediterraneo di Matvejević, un libro che Claudio Magris ha giustamente definito “geniale, imprevedibile, fulmineo”. In questo passo è chiaro come la scrittura, soprattutto quella più elevata dei letterati, talvolta ‘galleggi’ nel vuoto di esperienza concreta. Così come la paura di esporsi ai venti e al mare induca a scrivere esibendo alle intemperie la propria anima piuttosto che la propria vita. Così che i poeti, o scrivono di vite urbane, di scene borghesi, di animi raffinati, di parole sospese, di trame leggere, spesso squisitamente formali, oppure raccontano certi luoghi per solo sentito dire. La poesia, in tali evenienze, diviene prassi linguistica, guscio vuoto di concretezza oggettiva, soprattutto se l’esperienza spaventa o mette a disagio. Sottile e raffinata intelaiatura di versi sospesi, e mai o quasi mai ‘forma’ che accetta la sfida del ‘contenuto’ fino in fondo, soprattutto se questo contenuto è ruvidamente contrassegnato.

Mi è piaciuto fare questa considerazione, perché la mia scelta (in Roma e Non Roma, L’Erudita, 2016) è stata invece opposta, ossia quella di ‘cantare’ le borgate e la loro vita agra, disagiata, ruvida. Sperimentando quanto sia vera l’affermazione per la quale la poesia (ammettendo che la mia lo sia davvero) nasca dagli attriti personali e sociali, nel tumulto dell’animo e della vita, nei più profondi contrasti, nelle contraddizioni viventi, nel disagio e spesso nel dolore esistenziale e quotidiano. Io dico sempre che senza malinconia, senza questo sentimento di tedioso confronto coi mali del mondo, è difficile che nascano versi, ed è persino difficile che la gioia e la speranza possano identificarsi, sorgere, elevarsi a contrasto di quel tedio. In fondo la poesia è vita, nel senso che si muove sempre da quest’ultima, dalla sua finitezza e dai suoi limiti. Essa ‘viaggia’ alla ostinata ricerca di quei luoghi in cui si esprimono insieme la ricchezza e il dolore, la possibilità e la necessità, la costrizione e la liberazione. Dove nessun termine è mai domo, nessuno vince o ‘supera’ dialetticamente l’altro. In una tensione sospesa, dura, che non si scioglie, che non salva alcunché, e che lascia al più intravedere un possibile ma difficile riscatto.

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