Giorni fa Paolo Franchi, sul Corriere, ha dedicato a Reichlin un breve ricordo insistendo su una cosa, su ciò che lo stesso Franchi ha definito il rovello, l’ossessione del grande dirigente scomparso: la necessità di partiti ‘nazionali’ “ben radicati nella società”, “capaci […] di guardare al profondo […] e nello stesso tempo di volare alto”. Quello che furono, con tutti i limiti, i partiti della Prima Repubblica e che non sono affatto stati tutti i successivi. Questa eredità di pensiero, questo ‘rovello’ ci ha consegnato in eredità Alfredo Reichlin. Questa sensibilità per i processi politici di lunga gittata, questa necessità di guardare nel profondo, di affondare occhi e antenne nella società e nella vita delle istituzioni, di uscire dal doping beffardo della comunicazione-politica e del marketing per tornare a fare politica, magari in senso ampio, collettivo, e senza urlare o puntare tutto sul personale. Se siamo dentro una crisi di sistema come poche altre, la colpa non è della società che formula domande ed esprime bisogni, la responsabilità è di chi non sa proporre politiche valide per rispondere adeguatamente a queste domande. Se la politica non apre una finestra sociale, se implode nei corridoi di Palazzo o resta stretta nelle regole stringenti dei media, il futuro diventa davvero una scommessa. Se si resta in balìa di partiti personali, di leadership autoreferenziali, se le analisi che si fanno nei consessi o si leggono sui media sono pigre, ripetitive, allora tutto è destinato ad affondare come in una palude.

Il richiamo di Reichlin è un monito. Ci ricorda che c’è un momento in cui la politica è davvero politica, ed esce fuori dal giogo degli specialismi, delle tecniche, delle discipline e dei calcoli che la inficiano e la limitano. Ciò avviene quando essa lavora sulle soluzioni possibili, quando mostra una prospettiva, quando ribalta, o prova a ribaltare, ciò che lo specialismo o la disciplina presentano come calcolo ineluttabile, come una sorta di insormontabile fato (la Tecnica, sotto certi aspetti, è un destino). La politica introduce la possibilità laddove tutti raccontano la necessità. Punta a infrangere il meccanismo, quando tutti ne spiegano la ineluttabilità. Non fa tornare i calcoli, li scombina, li forza, quando invece l’ideologia dominante ce li racconta come irrimediabili. Anche qui la politica si oppone alla tecnica, ovvero la affianca secondo la formula ‘specialismo più politica’, oggi da tutti dimenticata. Quando dico ‘tecnica’ penso alle tecnologie, alla comunicazione mediatica, alla rete, alla finanza, all’economia in genere. Alle discipline che si impongono come linguaggio e come pratiche fatali, e occupano lo spazio che la politica ha abbandonato, quello del governo della società. È in questo contesto che mi è tornato a mente il vecchio concetto di ‘economicismo’, ma non nel suo antico significato di ‘primato delle forze produttive’. O  meglio, in quello stesso significato, ma rivisto e aggiornato alla nostra scombiccherata e sempre più ineffabile contemporaneità. Qui ‘economicismo’ diventa un’ideologia che quasi riassume in sé il concetto complessivo di Tecnica. O comunque vi attinge in estrema abbondanza. Se pensiamo che anche la scienza fu (è) concepita come ‘forza produttiva’, e che il primato delle forze produttive oggi è essenzialmente primato della Tecnica, l’economicismo dobbiamo immaginarlo attualmente come  espressione di una prevalenza disciplinare, di un dominio calcolante, di un’idea che la società è una macchina ben strutturata che computa dati, e che perciò si tratti solo di capirne il software, per applicare al problema la soluzione adeguata, l’unica, quella disciplinarmente e tecnicamente inequivoca. Una versione rivisitata, per certi aspetti, della vecchia ‘stanza dei bottoni’ di un centrosinistra illuminista d’antan.

Una soluzione così perfetta, e così univoca, da rendere (o immaginare) la politica viepiù inefficace, e letteralmente superflua: un’oscura e improduttiva palude di chiacchiere, insomma. Sono i conti, sono i numeri che, per la Tecnica ‘aprono’ il mondo, sono i dati, le tabelle, le serie storiche, le deduzioni logiche. Gli algoritmi, non la storia, non le istituzioni rappresentative, non la politica che mette al centro le coscienze. Il resto è empiria, null’altro. Io la chiamerei ‘lezione americana’, ossia principale portato analitico dell’egemonia culturale espressa dalla cultura anglosassone più recente. Ma prima ancora direi che l’economicismo dei giorni nostri è un grande tabulato di cifre, una lunga mano tecnica che, da sola, pretende di dare soluzione ai problemi scansando da sé la chiacchiera della politica e il caos delle opinioni. Imponendo, così, la necessità contro la possibilità (contro l’opinione, l’umanità delle scelte, le soggettività dispiegate e organizzate). Della politica si perde proprio l’essenza, si dimenticano le ragioni, ossia la sua capacità di trovare soluzioni a posteriori, non logiche, non numeriche, non computistiche. E la capacità di trovare anche più di una soluzione, affidandosi alle opinioni, al dibattito pubblico e alla sovranità popolare per capire quale debba essere quella da accogliere prevalentemente. Democraticamente, direi. È certo che la politica scompare se un meccanismo tecnico la stritola, se la soluzione viene pensata a priori, come in una specie di rendering. Se un consesso di menti si propone come di fatto alternativo (assolutamente alternativo) rispetto all’opinione pubblica, e se una serie di espressioni numeriche e saggi accademici puntano a sostituire con altro, con la visione diretta dei tabulati e dei meccanismi, la coralità del dibattito e delle scelte, la loro ‘imperfezione’, il loro (dis)senso. È indubbio, è inevitabile che la politica anche stavolta, come sempre, debba ripartire da una critica dell’economicismo, e non possa esimersi da questo compito. In fondo il tramonto della politica non è altri che il tramonto della ‘possibilità’, della ‘scoperta’ a fronte di un meccanismo computistico e disciplinare che cresce ogni giorno di più, e uniforma il nostro pensiero. Non è altri che il tramonto della ‘prospettiva’ che sfonda le tabelle tecniche, e presenti soluzioni che le discipline non prevedono, non possono prevedere. Buone pratiche che non risiedono nella perfezione dei numeri, nell’assunzione piena di questa perfezione, ma imprimono una direzione laddove c’è solo una descrizione, persino esagerata, di certo astratta. Una specie di prigione per il pensiero.

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