In una lettera dal campo di prigionia di Cassino datata 12 febbraio 1919, Ludwig Wittgenstein scrive di aver composto un libro in trincea. Un libro dove crede “di aver risolto definitivamente i nostri problemi”. Si dice anche consapevole del fatto si tratti di un testo impervio, per gli argomenti trattati, per la forma prescelta. Ma non dubita che esso comunque “sia chiaro come il cristallo”. Non serve adesso affrontare, anche per grandi linee, il contenuto del Tractatus logico-philosophicus, perché è questo il testo cui si fa riferimento. Ma certo è bello notare alcune cose presenti in queste semplici riflessioni. La prima è che Wittgenstein scrive il suo libro sulla logica, sul pensiero e sul linguaggio (e non solo) a ridosso di una carneficina, assediato dal sudore, dal sangue e dal disumano sacrificio di milioni di vite. Dal di dentro della tragedia. E la seconda è come questa idea di definitiva risoluzione dei problemi si collochi in un testo complicato ma ritenuto dal suo autore chiaro e trasparente come un cristallo. Si tratta di due palesi contraddizioni, di due contrasti evidenti: da una parte, la logica e il pensiero versus la tragica concretezza della vita in trincea; dall’altra, l’ardua difficoltà di un testo, pur definito dal suo autore chiaro e trasparente. Due contraddizioni nette, se poste assolutamente sul piano della logica pura. Ma che non sembrano esserlo, se collocate nel bel mezzo della nostra vita quotidiana, che partorisce costantemente conflitti, contrasti, contraddizioni appunto. E di queste si ciba, non di concetti astratti.

Mi chiedo, allora. Sono davvero contraddizioni, o sono invece la leva per ribaltare tante convinzioni diffuse, per le quali non si possa scrivere di filosofia in trincea, né possa essere un testo, nello stesso tempo, impervio e trasparente. Io credo che le cose più belle la mente umana le abbia prodotte nel vivo di profondi attriti e di grandi contrasti. Che in quelle contraddizioni risieda l’energia, che lì si attingano le risorse per dare fuoco alle polveri dell’animo e dell’intelletto. Che tra contemplazione e produzione non vi sia un’incompatibilità, anzi. Che la contemplazione non è ozio, ma un lavorio profondo e incessante dell’animo e della mente. E dove cogliere gli stimoli culturali più fecondi se non nella storia, nella vita quotidiana, nelle dispute concrete e, forse soprattutto, nell’agone politico? D’altronde, con il tramonto della politica, anche la qualità del pensiero appare a sua volta ridotta, esaurita! Come pensare che una mente abbandonata a se stessa possa scatenare chissà quali detonatori di idee? Dietro un grande pensiero c’è sempre un tumulto  sociale o un tormento personale. Vale per la filosofia, ma vale anche per l’arte. L’età della tecnica spegne invece questi tumulti,‘funzionalizza’ i nostri gesti, li raffredda nel calcolo e nelle computo delle convenienze. Attenua le passioni, ché disturbano il lavorio algido della mente, e importuna le procedure pianificate. Per questo è del tutto normale che l’ ‘impervio’ sia anche il ‘chiaro’, che ciò che sembra incomprensibile possa apparire, a uno studio adeguato, certo faticoso, certo lungo e tormentato, la chiave che apre e rischiara mondi: quelli dove le donne, gli uomini, la vita appaiono il trambusto che sono.

D’altronde, è pur vero che dietro il Tractatus non c’è solo l’idea che la scienza sia l’unico linguaggio possibile, ma che altri ve ne siano, utili a scavare la realtà: quelli dell’arte, della poesia, della letteratura. Un mondo etico ed estetico che poco ha a che fare con le rigide partizioni logiche del Tractatus, a cui quest’ultimo però accenna, addita, segnala, nella convinzione che non un linguaggio tecnico, formale possa mettere a nudo i recessi umani e possa parlarne. Non è un caso che la guerra abbia ingenerato quel libro che, a prima vista, può apparire soltanto un albero di definizioni e argomentazioni incardinate seccamente tra loro. Ma che, nell’accenno al ‘mostrarsi’, al tacere, al silenzio, ai limiti del linguaggio, diventa invece un viatico verso il cuore caldo della contraddizione, pronto a coglierne il fuoco vivo. Proprio là dove brucia il contrasto umano troppo umano tra freddezza del calcolo e calore etico e passionale, si situa il crocevia delle angustie e delle speranze wittgensteniane. La croce dove si appendono assieme il bisogno di definire il campo della logica (e del pensiero, e del linguaggio) e quello di indicare i limiti del sua potenza linguistica e di calcolo.

A un certo punto, tracciati i confini del dicibile, il compito nuovo, quello per cui si è lavorato appunto ‘silenziosamente’, è indicare il campo ove la scienza dei positivisti non ha gioco, dove i linguaggi si fanno trasversali, affettivi, sentimentali, ruvidi, conflittuali, intuitivi. “Su ciò, di cui non si può parlare, si deve tacere”, conclude Wittgenstein. Tace, dunque, la scienza che cerca chiarezza perspicua – e prende la parola, invece, una lingua impervia e oscura alla logica, che sonda l’animo, lo scava, lo ribalta nel silenzio finale del calcolo. E si scopre che il silenzio della logica e dell’isomorfismo tra lingua e mondo è il viatico, invece, verso una lingua impervia e chiara insieme, ma non meno ‘esatta’ o efficace nello scavo estetico. Si scopre che il silenzio, di fatto, è imposto alla scienza, non a chi vorrebbe andare oltre di essa. Un silenzio che diviene il contesto per altre parole, altri misteri, altre grida. Forse quelle dei soldati sommersi nelle trincee, sottoposti al fuoco delle polveri e alla lama della baionette. Anch’essi stipati al confine di vita e non vita, laddove le parole del calcolo non bastano più, e l’animo è chiamato a pronunciare frasi inaudite. E forse scandalose per la civiltà della tecnica e per il mondo delle chiacchiere e della mera fatticità che ci sommerge a nostra volta, come una trincea dello spirito.

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