Sono anch’io convintissimo che Matteo Renzi non sia solo figlio di se stesso, ma della storia che ha dietro. Che è in parte la sua storia personale, e in parte la sua (nostra) storia collettiva. Sulla storia personale, passo. Su quella collettiva ho da dire. È indubbio che, se la sinistra non si fosse ubriacata, a un certo punto, di globalizzazione, liberismo e cosmopolitismo, adesso saremmo in un’altra fase, magari senza Renzi o con un Renzi molto diverso dall’attuale (anche se ne dubito). C’è persino da chiedersi se la sinistra potesse davvero non ubriacarsi di cosmopolitismo e liberismo, visto l’alcool globalizzato in forma di terza via che girava e veniva spacciato negli anni novanta. Per dire, molti attuali critici di quella fase, che oggi sono severissimi con la sinistra di fine millennio, ragionano di fatto da pentiti (e sarebbe bello andare a leggere cosa dicevano e cosa scrivevano allora, me compreso, e quanta avvedutezza attuale vi fosse in quel passato).

Detto ciò, non possiamo pensare che Matteo Renzi sia solo figlio del suo passato e dei nostri errori (chiamiamoli così). Renzi ha una sua specificità, è figlio anche di altro, di questo presente per esempio, delle sue contraddizioni, nonché di poteri e oligarchie che lo hanno spinto sin lassù vertiginosamente e in pochi mesi. C’è una specificità del presente che non può essere confusa con l’abisso del passato. Altrimenti saremmo davvero degli inattuali, dei fuori fase (e in politica non sarebbe granché). L’inattualità ha una sua bellezza e un suo fascino, ne convengo, ci aiuta a non essere stritolati dalle mode e dalle tendenze, ci aiuta a sopravvivere nel caos della chiacchiera contemporanea. Ma porta con sé qualche controindicazione, quella ad esempio di divenire sordi e ciechi alle modalità e alla conformazione specifica del mondo attuale, in cui si è gettati e in cui, comunque, si vive.

Se il presente fosse figlio solo del passato, e non di qualche sussulto o specificità attuale, e di qualche volontà recente, Renzi non sarebbe un contemporaneo, ma nostro nonno. La storia sarebbe uno stagno,  le fasi storiche si mischierebbero, e non ci sarebbe alcun corso degli eventi. In realtà Renzi ha una sua presenza, imprevedibile se vista dal passato, tal che qualcuno pensò a lui come a una ‘risorsa’ (sbagliando ovviamente, e con gli effetti che vediamo). Con l’ex premier la storia della sinistra italiana ha davvero subito un ‘salto’, ben più ampio e proditorio di quello compiuto nell’era dell’Ulivo. Molti di noi, ammettiamolo, per la prima volta si sono sentiti spaesati, non a casa loro, vittime di una mutazione culturale, antropologica, che non aveva ‘innovato’ ma spezzato i fili della nostra tradizione personale, culturale, politica. Un pezzo almeno di astensione è proprio figlia di questo disorientamento. Non c’è effettivo rinnovamento, d’altra parte, senza un ‘cosa’ da innovare, la tradizione appunto. E difatti, la ‘rottamazione’ è un’estrema attualizzazione, è presentificazione, ed è quindi il rovescio perfetto dello storicismo, con gli stessi suoi difetti, pur se a specchio. Renzi è stato discontinuità pura, traumatizzante, spaesante, una specie di sciabolata. Dire che è semplicemente figlio dell’Ulivo, o della sinistra anni novanta, vuol dire raccontare solo un pezzo della vicenda.

L’Ulivo, appunto. In termini meramente simbolici fu un simbolo azzeccato. Dava l’idea della riunificazione politica e culturale in un’epoca di grandi difficoltà, oltre le ‘schematiche’ identità di gruppo o di partito, peraltro in crisi. Ma proprio questa forza simbolica era il suo più grave difetto. L’Ulivo diede il colpo di grazia alla vicenda dei partiti, indusse a pensare che le ‘coalizioni’ fossero la panacea, che disperdere le identità in un mare magnum fosse il rimedio e la soluzione alla crisi dei partiti. Come dire: hai fame e allora ti metto a digiuno. Rievocare oggi quella stagione riporterebbe i termini allo stesso punto, alla fase in cui i partiti erano morti e dovevano ancor più morire, e tutto si scoloriva, e l’importante era ‘vincere’ anche presentandosi al traguardo in mutande, senza più noi stessi, come simulacri. Piuttosto che diseppellire il morto, allora, piuttosto che riproporre l’eterno ritorno, non sarebbe meglio lanciare un nuovo progetto politico? Indicare già nel nome il suo contenuto, anticipando così i termini della sua cultura politica? Trasformando quella che i giornali chiamano ‘scissione’ in un ‘progetto politico’ vero e proprio, non di risulta, non residuale? Un progetto tutto da costruire certo, ma già definito nei suoi confini, nella sua identità, appunto? Che so, un ‘partito della cultura e del lavoro’, tanto per indicare due specifici capisaldi dai quali ripartire?

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