Siamo appesi alle decisioni della Corte Costituzionale in materie rilevanti come il lavoro e il sistema elettorale. Si badi, è un bene che un organo costituzionale abbia ruolo e potestà. È un bene che la Costituzione funzioni. Pur tuttavia dà l’idea di quanto la politica fatichi a tenere il bandolo della matassa in un’epoca di profonde trasformazioni come la nostra. È un limite della politica? È un attacco compiuto verso la politica stessa? L’uno è l’altro, probabilmente. Perché da quasi trenta anni è in corso il tentativo di far passare lo ‘sviluppo’, la ‘crescita’ fuori delle maglie istituzionali, politiche, fuori dai poteri di indirizzo delle istituzioni, fuori dai partiti. Affidando al mercato, ai contratti sottoscritti nell’ambito della società civile, alla ‘libera’ iniziativa (non più regolamentata), alla finanza, a soggetti oscuri, spesso oligarchici, alle imprese spesso nella loro forma più monopolistica, il compito di ‘guidare’ il mondo verso una qualche meta di benessere. Lo stesso ‘benessere’ è stato sempre più inteso come possesso di strumenti tecnici, come superamento oltremodo della soglia della necessità, e per di più come questione meramente individuale. È stato un progetto, questo di togliere lo scettro alla politica (alla politica come capacità e forza di imprimere un indirizzo pubblico di governo alla società), che ha trionfato. E oggi se ne raccolgono gli effetti. Tra questi il prevalere della magistratura, della Corte, delle authority negli iter decisionali. E, ancor di più, il prevalere della ‘tecnica’ (ossia di una ideologia che punta a neutralizzare la politica, anche se questo ‘neutralismo’ è un falso ideologico, appunto) sui consessi pubblici, rappresentativi, istituzionali, partitici, associativi. Ossia il prevalere dell’idea che la soluzione ‘tecnica’ (unica, efficace, risolutiva, solo da scovare grazie a esperti) debba bypassare la soluzione politica (ritenuta viepiù zavorra dai neopolitici). Con strani paradossi, tuttavia.

Uno è ben rappresentato nel pezzo di Antonio Polito, oggi sul Corsera. Nel quale, prima si afferma che la bocciatura del quesito sull’articolo 18 era prevedibile: “per come era scritto il quesito, la sua approvazione avrebbe introdotto una nuova norma, mai votata dal nessun Parlamento”. E insomma si ripete la solfa del problema ‘tecnico’, della scrittura sbagliata del quesito stesso. Ma poi si afferma che “la sentenza segna una sconfitta di tutta quella parte della sinistra che non ha mai accettato la svolta introdotta da Renzi  nel mercato del lavoro”. Delle due l’una: o si tratta di una questione ‘tecnica’, oppure la bocciatura è politica (ma da quando la Corte emette, tout court, sentenze politiche?). A meno che non s’intenda la politica solo come ‘tecnica’ (e torno alla considerazioni iniziali), ossia si intenda la politica come surrogata da una tecnologia, quella della scrittura nella fattispecie. E dunque, non conterebbe affatto la sostanza del quesito (il lavoro, i suoi diritti, l’uso che se ne fa) ma la sua forma, la sua apparenza ‘tecnica’ (la ‘scrittura’ del quesito stesso). Quasi che la Corte non si sia spaccata, non abbia discusso e votato: altro che presa d’atto di una ‘difformità’ sul carattere del quesito (se sia di fatto propositivo o meramente abrogativo). Grande è la confusione sotto il cielo insomma, se considerazioni formali e sostanziali si mischiano, se un’interpretazione giuridica è tramutata di fatto in giudizio politico da un giornalista di rango – grande è la confusione se si legge la ‘forma’ come unica ‘sostanza’ possibile.

Beati i tempi in cui gli indirizzi politici erano suffragio della politica, della grande politica in taluni casi. Aver spogliato le istituzioni di autorità, poteri, stima generale ha prodotto l’ingovernabilità, questo è il punto. A cui non si può porre rimedio con altra tecnica, quella dei sistemi elettorali  e dei premi maggioritari concessi a chi non se li merita ‘proporzionalmente’. Il ‘vuoto’ di politica non è superabile insistendo su quel ‘vuoto’ con sollievo, come se fosse stata proprio la politica (contro i suoi stessi interessi) a trasformare le nostre relazioni umane in mere relazioni commerciali, o finanziare, o mediali. Del tutto spogliate, quindi, di un afflato pubblico, di un impegno solidale, di uno spirito democratico. Le colpe, o meglio le responsabilità, debbono essere distribuite equamente, ed ‘equamente’ non vuol dire in pari misura, ma nella misura ‘dovuta’. Per questo a mio parere la ‘politica’ ha minori responsabilità di altri rispetto all’attuale andazzo. Se l’abisso delle disuguaglianze è cresciuto esponenzialmente dal momento in cui le redini dei poteri sono passate alle oligarchie, ai soggetti privati ma potenti, ai cavalieri della finanza, al mercato lasciato a se stesso, agli appetiti di classe, alla smania di godimento assoluto di chi aborre le regole, qualsiasi regola – se quest’abisso oggi è incommensurabile, non paia strano che esso è cresciuto di pari passo e inversamente al declino dello Stato, della politica, dei partiti, del discorso pubblico, delle azioni collettive, degli indirizzi che solo le istituzioni posso imprimere sul grande caos della società civile e dell’economia di mercato lasciati a se stessi e ai loro appetiti. Da qui si dovrebbe ripartire, invece di ritenere un giudizio giuridico o un ‘disguido’ tecnico l’ennesima ‘responsabilità politica’. Avete voluto la tecnica al comando, e adesso pedalate, verrebbe da dire. Perché anche la tecnica va governata, anzi lei per prima. Alla CGIL chiedo solo di non subire, essa stessa, le temperie di questa fase ‘tecnica’, giuridica, referendaria, mediale di cui siamo oggi tutti vittime, a partire proprio dai più disagiati. Torniamo a parlare il nostro linguaggio, o almeno ripartiamo da lì.

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