C’è stato un periodo (e forse c’è ancora) in cui anche la sinistra ha ritenuto la globalizzazione, il pensiero unico, il mercato interplanetario come un’ipotesi percorribile. L’idea era quella di agire direttamente sull’economia per aprire relazioni, saltare muri, tessere la rete e plasmare un mondo migliore, più sicuro, più libero. Certo, si accettava il peso delle disuguaglianze, ma si sperava che potessero essere contenute, limitate, garantendo così anche una positiva ricaduta sociale delle nuove libertà di consumo. Il mercato, nella sua dimensione massima e globale, avrebbe garantito il soddisfacimento di popolazioni sempre più ampie, consentendo a tutti (o quasi) la possibilità di attingere a beni e merci sino ad allora irraggiungibili, a costi sempre più contenuti, nella più ampia soddisfazione. Il progresso assumeva le fattezza della ‘tecnica’: un progresso delle merci e del mercato piuttosto che direttamente dell’umanità. La politica moriva per consentire all’economia di costruire un mondo più libero e più ricco di beni e opportunità individuali. Il consumo (e, in fondo, la fine) della politica consentiva un sempre più robusto consumo di merci in ambito mondiale, nonché un incremento (almeno sperato) del benessere. I gadget elettronici, il movimento delle merci e degli uomini, le possibilità offerte dalla rete aprivano e soddisfacevano un fronte di attese che faceva sognare un mondo più bello e più vivibile. Che non fosse esattamente così, poco importava. Il processo era partito e avrebbe toccato mete inusitate.

Dopo oltre un ventennio, ci risvegliamo oggi in un mondo sensibilmente diverso  da quello immaginato. All’utopia della fine dei confini e delle identità, risponde in solido oggi la vecchia geopolitica. Come spiega il politologo Ian Brummer sul Corriere della Sera del 7 gennaio scorso, “Putin ha guadagnato spazi di manovra  in Ucraina, in Siria, pur guidando un Paese che ha un’economia più piccola di quella del Canada”. Lo zar russo, agendo in special modo sulle leve politico-militari, ha rafforzato la propria posizione in taluni teatri locali e, in generale, in quello mondiale. Ciò dimostra il prepotente ritorno dei ‘confini’, così come in Europa quello dei muri. Certo, le paure legate a immigrazione e terrorismo non aiutano l’utopia economica globale, ma è pur vero che la politica di potenza, quella vera, non quella solo economica, ha dimostrato di non essere affatto defunta. Se pensiamo, poi, che Trump sembra una specie di no-global, grazie a una campagna elettorale tutta giocata sulla leva ‘protezionistica’ e ad alcune scelte recenti (il caso della fabbrica Toyota in Messico), allora il quadro ci appare persino più chiaro. Non è soltanto una ‘reazione’ alla globalizzazione. C’è un concreto ritorno del rimosso ‘politico’ (e persino della statualità); sta cadendo uno scenario di cartapesta, per il quale al de profundis della politica corrispondeva la fiducia in magnifiche sorti e progressive consegnate alla sola leva dell’economia e del mercato. E c’è in questo, ritengo, anche un certo fallimento di Obama.

Il caso degli hacker russi è un altro segnale. Gli americani, nel denunciare i casi di hackeraggio, si sentono sicuri di essere, comunque, sempre “i più forti di tutti”, sia in attacco sia in difesa. Tuttavia, secondo Giuseppe Sarcina, sempre sul Corriere del 7 gennaio, “l’esperienza dimostra che ‘essere più forti’ non significa disporre di protezioni impenetrabili” e che “lo spazio informatico americano è stato già violato più volte”. Ci chiediamo allora: che cos’è la “forza”? Una mera forza ‘tecnica’, un mero strapotere di strumenti e congegni? Oppure qualcosa di più solido, politico, che ha a che fare con gli Stati, i confini, lo scacchiere internazionale, i teatri locali, i conflitti, la tattica? Nel concedere alla globalizzazione e al mercato lo spazio proprio della politica, si è persa proprio questa cognizione sul senso e sulle ragioni della forza – e di quella politica in special modo. Si è ritenuto l’i-phone più potente di un territorio conquistato con ostinazione. Più potente degli equilibri di potere veri e propri.  È il difetto filosofico di chi fa politica oggi, il quale si affida principalmente alle leve della tecnica (tecnologia, comunicazione, media, finanza) e ritiene che lo spazio virtuale surroghi quello reale, e che il mercato digitale possa garantire conquiste durature. Non è così.

Pensate al nostro Paese. In questi ultimi tre anni si è scambiata la forza ‘tecnica’ (l’occupazione dei media, le simpatie della finanza, le tecnologie digitali, l’uso delle risorse pubbliche come ‘bonus’) come segno di effettiva forza politica. E si è ritenuto ad esempio che fosse sufficiente, alla bisogna, una legge elettorale (con premio maggioritario) che assegnasse a una forza politica comunque minoritaria nel Paese il potere ‘tecnico’ di costituire un governo ‘maggioritario’ solo virtualmente. Allontanando di fatto l’assetto di potere delle istituzioni da quello reale nel Paese, ampliando il baratro tra parlamento ed effettiva consistenza dell’opinione pubblica. I neopolitici hanno perduto la cognizione esatta del concetto di ‘forza’ politica, l’unico concetto sensato quando si tratta davvero di governare un Paese.  Surrogandolo con una ‘forza’ di altra natura, ‘tecnica’ ma soprattutto mediatica, del tutto incongrua con la vicenda politica e istituzionale assunta in sé. Oggi si ritiene che ‘vincere’ sia tutto, che si debba cercare di vincere a ogni costo, che uno possa prendersi tutto con un solo voto in più, che dalla vittoria in politica si deduca  linearmente un’effettiva capacità di governo  e di comando. Non è così. Dimenticano la lezione di Berlinguer, per il quale non c’è vittoria in politica, ma solo incremento o meno della ‘forza’, grazie al quale pesare sulla vicenda del Paese e dare corpo agli interessi sociali che si rappresentano, seppure in una visione ‘nazionale’. Per questo la politica può ‘ritornare’ solo col proporzionale, solo con un sistema capace di ‘misurare’ la forza e aprire nel Parlamento il vero gioco dei conflitti e delle alleanze. E non è un caso che la Germania al proporzionale sia ancorata, in qualche modo, mentre i Paesi con deficit di politica (e sempre più disorientati) siano completamente irretiti dal mito del  maggioritario e dall’idea che la sera stessa delle elezioni si sappia il presunto vincitore (ma di cosa?). Senza la politica si va alla deriva, dunque. Si finisce nelle mani di chi la politica,invece, continua a farla, seppure in termini aggressivi, come Putin. La sinistra dovrebbe saperlo per prima, e agire di conseguenza. Con la dovuta saggezza.

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