Quando nel 2001 George W. Bush venne eletto alla Presidenza degli Stati Uniti, il surplus di bilancio federale ammontava, in termini previsionali, a 2.200 miliardi di dollari. Una cifra imponente, frutto delle buone perfomance economiche degli anni antecedenti. Quei soldi potevano essere spesi in tanti modi, sperabilmente  a vantaggio del benessere generale o dei più disagiati. E invece no. Bush, oltre a massicci sgravi fiscali ai più ricchi, decise di intraprendere una guerra con l’Iraq. L’amministrazione repubblicana, racconta Joseph Stiglitz nel suo La grande frattura (Einaudi, 2016), costretta a fare una stima all’opinione pubblica, preconizzò che il conflitto potesse costare, al più, 50 miliardi di dollari. Un addetto alla Casa Bianca ne ipotizzò 200, ma fu pubblicamente umiliato.

Oggi i dati chiariscono che la spesa fu di oltre 500 miliardi di dollari. Ma si tratta soltanto di quanto è stato impiegato per le operazioni belliche in sé. L’ufficio di Bilancio del Congresso non nega affatto la possibilità che essi possano essere stati più del doppio, ove si tenesse anche conto, ad esempio, dei costi di reclutamento, oppure dei sussidi di disabilità o di assistenza medica per i veterani, che al 20% hanno subito gravi lesioni cerebrali o spinali. Queste spese non includono nemmeno i costi dell’equipaggiamento usato in guerra, totalmente da rinnovare, e neppure i costi economici dovuti all’aumento del prezzo del petrolio, tanto meno quelli ingenerati dall’effetto domino, per il quale gli investimenti si ridussero anche a causa dell’incertezza bellica. Non tengono nemmeno conto dei costi di immagine degli USA all’esterno, divenuto il Paese meno amato al mondo. Una stima prudente, quindi, spingerebbe i costi bellici a salire sino a 2.000 miliardi di dollari «ai quali bisogna aggiungere – dice Stiglitz – ‘per il momento’».

Ricordate quanto fosse il surplus di bilancio USA nel 2001? Esattamente 2.200 miliardi di dollari. Una cifra integralmente bruciata da una guerra che ha prodotto morte e distruzione, i cui effetti sono ancora tra noi e lo saranno per molti anni ancora. «A posteriori – spiega l’economista americano – le uniche grandi vincitrici della guerra sono state le compagnie petrolifere, le imprese che hanno ottenuto gli appalti per la difesa e al-Qaeda». Di certo quella guerra non l’hanno vinta i cittadini e le popolazioni. Quelle arabe civili sono state decimate dal conflitto, quelle americane dagli indicatori economici: «5,3 milioni di americani in più vive  in povertà rispetto al giorno in cui Bush è diventato presidente» spiega Stiglitz. Aveva 2.200 miliardi da spendere in istruzione, tecnologia, infrastrutture; e invece l’allora presidente ha preferito bruciarli in una carneficina inutile quanto disumana.

Lo sperpero non è stato solo nelle armi, ovviamente, ma anche nella doppia ondata di sgravi fiscali decisi dalla presidenza Bush, peraltro tutti a vantaggio dei ricchi secondo il classico alibi del trickle-down economics, il presunto traboccamento di ricchezza dal vertice della piramide alla base. Tant’è che in questi anni, il contributo fiscale dei milionari si è ridotto di 162.000 dollari, quello dell’ultimo 20% di popolazione di soli 45. Bush si era pure immancabilmente vantato della crescita economica conseguita nei suoi anni di presidenza, qualcosa come un +16%. Purtroppo i dati dimostrano che quella crescita «ha aiutato chi non ne aveva alcuna necessità». Chiosa l’economista: «L’alta marea non sollevava tutte le barche, ma soltanto quelle di lusso».

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