La linguistica moderna ci ha insegnato che la lingua è un complesso di regole. Influenzando, con ciò, moltissima parte della restante cultura. Nulla da eccepire, ovviamente. Se non che ci si è dimenticati proprio della sostanza, non di una bazzecola. Sarà pur vero che la nostra epoca è caratterizzata dall’assenza di fondamenti, e su questo tema si è giocata più di una carriera filosofica. Ma ciò non implica che non si debbano più considerare con attenzione le nostre ‘radici’, le ‘piattaforme’ culturali su cui non solo poggiamo i piedi, ma camminiamo spediti, magari a nostra moderna insaputa. Ciò vale anche per la politica, prosciugata al punto da ridursi a ‘tecnica’ asessuata: dello Stato e della statualità, se va bene – del solo potere per il potere se va male. Io credo che sia anche per questo che oggi si tenda a pensare la legge elettorale come una sorta di panacea, di nuovo fondamento della nostra azione politica, come se da essa dipendesse ogni destino civile. Ritengo che siamo piombati in una fase di assoluta ‘idolatria’ delle regole (ignorandole spesso, peraltro): dinanzi alla scatola vuota che è divenuta la nostra cultura politica, ci si è fissati sulle giunture della scatola stessa, quasi accecati da esse. Non nego affatto la rilevanza di fissare sistemi di norme o schemi procedurali condivisi, nego che quegli schemi possano essere considerati esaustivi dell’universo-mondo, nego che a essi (quasi alla ricerca di un alibi) si debba ciecamente affidare il nostro futuro immediato e finanche quello lontano.

Viviamo una specie di accanimento terapeutico. Siamo giunti alla follia di chiudere legislature, cacciare sindaci, dimettere governi, nominare dei premier ad hoc, oppure avviluppare il dibattito pubblico attorno al tema del proporzionale sì o no, del premio sì o no, delle liste o delle coalizioni, senza quasi la necessità di spiegarne i motivi, se non in termini infantili, superficiali, come quello di poter dichiarare il vincitore la sera stessa del voto. Ritenendo che il succo sia lì, sia nei meccanismi e non nella ‘energia’ (politica, culturale, umana, persino sentimentale) che dovrebbe alimentare la macchina. Si pensa che il problema sia l’autista, quando invece la stessa macchina è a secco o in panne. E si discute e si litiga sui modelli e sugli schemi di regole, ignorando il punto vero, di ‘sostanza’: ossia la cultura politica, ossia i partiti, ossia il Parlamento, ossia la coesione sociale di una nazione e la tenuta politica dello Stato. Si dirà: dalle regole dipende la governabilità. No, dall’unità di un Paese dipende la governabilità, dalla ‘rappresentanza’ delle sue istituzioni, dall’uguaglianza dei cittadini, dall’equità sociale, dalle libertà civili, dalla cultura diffusa, dai costumi, dall’etica. Su questa piattaforma si innestano i conflitti, e divengono efficaci, su questa ‘sostanza’, non in astratto.

Si obietta: per tutto questo ci vogliono tempi lunghi che non abbiamo – oggi invece dobbiamo rispondere in fretta, agire di scatto, non dobbiamo perdere tempo. Ma è proprio per questo che sarebbe il caso di rimettere al centro il Parlamento nella sua piena autonomia, senza nominati, privilegiando la rappresentanza proporzionale, ricreando un clima di unità politica, affidandolo a partiti veri, aprendo una fase di riflessione, di dibattito pubblico, di scelte condivise e di confronti anche aspri, ma sulla sostanza delle cose non sulle ‘persone’ o sulle ‘regole’. Quasi aprire una fase costituente, fondativa, più attenta alla sostanza che alla fretta di mettere qualcuno in sella, per vederlo disarcionato, magari, alla prima svolta brusca. Com’è già successo a Prodi, Berlusconi, Monti, Letta e Renzi. E come peraltro succederà anche a Gentiloni.

P.S. Sarà un caso che l’unica istituzione democratica che oggi goda di ampia fiducia sia la Presidenza della Repubblica, eletta da un largo schieramento, e frutto di accordi parlamentari di entità, spesso, ben superiori alla mera dimensione tecnica, numerica della maggioranza politica?

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