Da quando la politica è diventata un’ancella della comunicazione, e ne dipende strettamente, viviamo sotto l’egida di una nuova creatura: la comunicazione-politica (col trattino). Termine che indica un vero e proprio ‘ribaltone’ culturale (e forse etico): oggi la comunicazione non è più un ‘mezzo’ o uno strumento della politica, ma un suo fine. Forse ‘il’ fine. E comunque la sua principale preoccupazione, ben più della realtà, di cui pure dovrebbe occuparsi proritariamente. I linguaggi politici si conformano ai media, adottano alcuni slang come quello calcistico, e il format non appare più ‘istituzionale’ ma quello di un programma televisivo. I leader diventano presentatori, imbonitori, uomini-immagine, e debbono dimostrarsi empatici, capaci di bucare lo schermo. Questa abilità comunicativa diventa la caratteristica principale del sistema, perché sennò si è ‘grigi’, piatti, noiosi, inadatti a governare un Paese.

“Comunicazione-politica” indica, dunque, la politica subordinata alle esigenze comunicative, la politica che arriva seconda. I leader sono scelti in base alla loro (supposta) capacità di comunicare – su di essi grava l’intero peso politico, a essi viene affidato il compito di tirare la carretta, di surrogare l’iniziativa politica e di fare ‘reparto’ da soli fino alla vittoria, unico obiettivo ammesso. I partiti scompaiono: per fare comunicazione-politica serve molto meno che una folla di iscritti e militanti, circoli e riunioni, culture politiche e comunità. Bastano i sondaggi, l’occupazione dei media, una persona che comandi e rappresenti tutti, nonché qualche patto segreto. La cultura politica (che ti obbliga a studiare e confrontarti, e che funziona da guida nelle analisi, nelle scelte e nell’ancoraggio sociale) viene concepita come una specie di zavorra per il comunicatore, che ha bisogno invece di velocità, reattività e di risposte congrue con le forme e con i tempi impressi dai media. La scomparsa del partiti è funzionale alla politica che comunica, e che punta su questa abilità comunicativa per vincere la partita.

Il comunicatore-politico è prima di tutto un competitore, e vuole vincere. Anzi, DEVE vincere, sennò ha fallito, sennò deve dimettersi e ‘scomparire’, e tornare alla vita privata. La politica comunicata è agonistica, è una specie di sport, dove si combatte e dove si può perdere o vincere. Nulla resta della vecchia caratteristica della politica come forza in atto e fondamentale intermediazione tra Stato e società, in virtù del ruolo essenziale svolto dai partiti, oggi del tutto inesistenti o quasi. Tutto è giocato sul ring mediatico, dove gli unici rapporti con i cittadini reali si affidano ai sondaggi o alle incursioni in TV o sui social. Della politica abbiamo perso il ‘corpo’ senza tuttavia guadagnarci un’anima. Anzi. Il leader mediatico appare disanimato, oltre che dematerializzato. È una figura buona per le campagne elettorali, per catturare consenso, per empatizzare, ma non sappiamo se, accanto a ciò, possa essere altrettanto capace di governare. O se governerà davvero. Ed è questo il vero dubbio, il vero baco capace di minare la democrazia, intesa come partecipazione, trasparenza, rappresentanza. Caratteristiche che la mediatizzazione mette da parte, in nome della personalizzazione della politica e della necessità di garantire la governabilità. Ed è un po’ come buttare via il bambino per tenersi l’acqua sporca.

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