‘Il carteggio Aspern’ è un racconto lungo di Henry James pubblicato nel 1888. Il protagonista è un critico letterario che tenta di mettere le mani sulle carte e sui documenti inediti di un poeta, Jeffrey Aspern, di cui è presumibilmente custode la sua vecchissima musa e amante, Miss Juliana Bordereau, che vive in un decadente palazzo veneziano assieme alla nipote Tina. La caratteristica del racconto è che esso termina prima che il critico si impossessi o possa impossessarsi dei documenti  e prima che si provi, persino, l’esistenza concreta del carteggio stesso. È come se quest’ultimo fosse evocato costantemente, desiderato sin dal primo rigo, ma poi si manifestasse solo in forme spettrali, al confine tra esistenza e non esistenza, e non avesse una consistenza se non meramente evocativa. Alberto Arbasino, nella breve prefazione all’edizione ‘Repubblica’ del 2011, accenna alla Venezia decadente che circonda le mosse dei personaggi, al carattere “claustrofobico e labirintico in poche stanze chiuse” del palazzo in cui si svolge gran parte dell’azione e conclude che “anche le gondole e i giardinetti finiscono così per apparire spettrali”. Riflettiamoci.

La struttura della narrazione è, in generale, molto semplice. C’è sempre un protagonista, un eroe teso alla conquista di un oggetto del desiderio, e c’è un antagonista che vi si oppone. Nel ‘Carteggio Aspern’ questo carattere strutturale è persino palmare, quasi auto evidente. Lo scarto vero riguarda l’oggetto: evanescente,  ridotto a evocazione spettrale, senza garanzia certificata di esistenza. L’oggetto diventa ipotetico, fantasmatico. Sfida l’eroe non solo alla sua conquista, ma prima ancora a ipotizzarne, e poi dimostrarne l’esistenza. Il protagonista si trova così stretto in un labirinto di stanze, teso alla conquista di una cosa che forse non esiste, anzi impegnato a dare corpo a quella medesima cosa, ipotizzandone l’esistenza nello stesso istante in cui tenta di prenderne possesso. Anzi, proprio nel tentare di prenderne possesso. È tutto qui il fascino del racconto, nel fornire una mappa della realtà dove il senso, ossia la finalità di ogni gesto, è tutto da scoprire, o meglio da “costruire” nel bel mezzo dell’operare. Per certi aspetti, tutto è raccolto nell’indagare stesso, vista la difficoltà di accertare a priori l’esistenza della cosa desiderata e la sua precisa collocazione nello spazio. Per essere più precisi, il “senso” risiederebbe unicamente nel “fare”.

Siamo in pieno territorio della modernità. E lo attraversiamo guidati da un racconto che sembra assumerne paradigmaticamente i caratteri fondativi. Ci muoviamo alla ricerca di cose che sono soltanto una nostra imputazione, disegniamo percorsi che si presentano oggetti a se stessi, che inseguono fantasmi e scopi che sembrano lontani, impossibili, che appaiono mera immaginazione. È come se le mappe nascessero dopo, fossero postume, posticce – come se le mappe fossero disegnate mentre indicano un percorso. In una certa, sublime contemporaneità. Come se fossero il prodotto del nostro stesso andare, non il suo antecedente. Che fare, quindi? Ce lo chiediamo ogni qualvolta si apra un bivio, ogniqualvolta si tratti di decidere, e di fare l’elenco delle scorte e delle mete per l’ennesimo viaggio. Che fare? Abbandonarsi a questo paradigma spettrale? Accettare che l’oggetto assuma le fattezze del fantasma? Oppure provare a ridare corpo, figura, concretezza alle cose (scopi, obiettivi, nuovi ordini)? Tentare di liberarle dal loro carattere evanescente, e trasparente sino alla sottigliezza? Ridare loro sostanza, consci ovviamente che quelle stesse cose non saranno più quelle di una volta, ma ‘altro’? Mutate dal tempo, dal contesto, dalle condizioni storiche e personali? Che fare dunque? Come fare i conti per davvero come questo ‘altro’?

James nel racconto accenna a un’America delle origini, dove “la letteratura era sola tra le arti, e l’arte e la forma erano cose quasi impossibili”. Aspern, il poeta-fantasma autore dell’ipotetico carteggio, aveva reagito a questa impossibilità, a questa solitudine. Come? Trovando il modo “di sentire, capire ed esprimere ogni cosa”, spiega. Esprimere, in particolare, la cosa in forma di scrittura, in forma di versi. La letteratura diviene così l’atto formale più potente, il modo per ricreare senso, almeno da un punto di vista simbolico e del linguaggio. Nel ‘Carteggio Aspern’, James sembra che adotti lo stesso “metodo” nel racconto, e tenti con esso la stessa strada. Affidi cioè alla scrittura il compito di far partire una caccia al tesoro che, nella vita, al più intercetta degli spettri, o semplicemente “si” intercetta. La scrittura sente, capisce ed esprime ogni cosa, dice James. La cosa diventa cosa espressa, sentita, detta, oltre la spettralità. Non ancora concretezza palese, ma senza’altro oggetto di un ‘fare’ all’altezza dei tempi e del loro “destino”. Un attimo prima della realtà reale, ma immediatamente dopo la stessa realtà. Un passo avanti, quindi, che è già decisione, scarto, giudizio, evento, ma non dimentica il terreno antecedente. Mettere ordine, insomma, ma senza consolarci con le “buone cose di pessimo gusto” di Gozzano, affrontando di petto invece la questione del senso (del nostro vivere e della consistenza del reale) come solo la grande letteratura sa fare. Ed è lo stesso compito (sentire, capire, esprimere le cose) che assegno, in tutta umiltà, a questo blog.

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